Pubblicato il

Pavel Durov l’anarchico di Telegram

online privacy telegram

Ha raggiunto i 62 milioni di utenti e 2 miliardi di messaggi. Il progetto di Pavel Durov, lo Zuckerberg di Russia, comincia a fare paura a Whatsapp, garantendo privacy e sicurezza.

Articolo di ARCANGELO ROCIOLA

Cammina per le strade di Helsinki stretto in un cappotto nero. Come nero è il cappellino da baseball che tiene schiacciato sugli occhi. Il viso smunto, pallido. Lo sguardo freddo ma gentile, rivolto a terra. La testa ricurva che quasi si appoggia alle braccia che tiene conserte. Facile immaginarselo in quella posizione mentre scriveva le righe di codice di VKontakte. La sua prima azienda lanciata poco più che ventenne. Anno 2006. Il social network che lo ha reso famoso come lo Zuckerberg di Russia celebrato da una famosa copertina di Bloomberg News. E miliardario dopo un’exit fatta di cifre mai rese note e intrighi politici.

Se la sua storia non bastasse a renderlo un personaggio fuori dal comune, Pavel Durov, nato a Leningrado 30 anni fa, sa come apparire tale. Total black di ordinanza, la scelta di vivere da apolide poco dopo aver venduto le quote rimanenti dell’azienda che ha fondato, gli aneddoti che lo raccontano come eccentrico e imprevedibile. E la sua lotta, sincera, rivoluzionaria e agiata, per le libertà individuali. «L’Occidente è meno libero oggi di quanto è abituato a essere. Siamo più vicini al 1984 di Orwell di quanto non lo fossimo nel 1984». Ha dichiarato eterna gratitudine a Edward Snowden, l’informatico statunitense che ha rivelato i programmi di sorveglianza di massa del governo americano e britannico. Oggi le sue priorità sono privacy e sicurezza nello scambio di informazioni. E’ per questo che ha lanciato nel 2014 Telegram, ed è per questo che Snowden è la sua musa ispiratrice.

Cosa ha di speciale Telegram

Telegram non è un’azienda ma un progetto. «A global project».  Umanitario, per certi aspetti. Un servizio di messaggistica in tutto simile a Whatsapp, ma con un sistema di copertura e criptaggio dei dati che, a detta di Durov, lo rende invulnerabile. Nessuna traccia dei messaggi rimane sui server, nessuna possibilità di inoltrarli, e accesso ai messaggi passati sul cloud solo dai device dai quali sono partiti. Con in più la possibilità di scambiare senza limiti foto, video e documenti, da smartphone a desktop.

Oggi ha raggiunto 62 milioni di utenti mensili e 30 attivi ogni giorno che scambiano due miliardi di messaggi. Il doppio rispetto a 5 mesi fa. Il suo punto di forza è la sincronizzazione perfetta di tutti i device usati dall’utente. Chi lo usa? «Soprattutto persone influenti, alti profili, politici e uomini d’affari. Molti in Russia e Italia. Persone che insomma hanno qualcosa da nascondere» scherza Durov. Nessuna pubblicità, nessun modello di business, nessuna volontà di farci dei soldi. Telegram è «fatto per renderci il nostro diritto alla privacy. E’ un regalo a chi vuole uscire dal regime di sorveglianza».

[signinlocker id=”632″]

L’infanzia in Italia, poi la guerra con Putin

Dopo l’incontro con i giornalisti ci accompagna per mangiare qualcosa in un ristorante libanese. Ordina dei felafel a cui non sembra troppo interessato. Comincia a mangiarli distrattamente una mezz’ora buona dopo che gli sono arrivati. Li accompagna con del te nero.

Racconta della sua infanzia, gran parte trascorsa a Torino: «Mio padre insegnava lì filologia. Ho dei bei ricordi dell’Italia. Torino è bellissima. Ricordo la neve. La neve, l’inverno del nord, è la cosa che più mi manca da quando ho lasciato la Russia». Come suo padre si laurea in filologia a San Pietroburgo. Anarchico, libertario. Vegano, si racconta che ispiri le sue mosse e la sua filosofia di vita ai pricipi del Tao. Ha all’attivo un saggio anarco-capitalista su come migliorare la situazione economica globale. Tornato in Russia nel 2001 impara a programmare e scrivere codici. Nel 2006 lancia VKontakte. L’ispirazione di Facebook è chiara. Diventa il primo social network russo.

YNE3U3AgBqg

Nel 2011 i primi screzi col governo di Putin che gli chiede di cancellare le pagine dei suoi oppositori. Si rifiuta in un primo momento.
Nel 2013 decide di premiare con un bonus due manager di VK. «Complimenti, siete ricchi ora». «Non ci importa di essere ricchi, le idee sono più importanti» rispondono. «Ah si, gettateli via allora» e centinaia aeroplani fatti di banconote da 5mila rubli (90 euro circa) cominciarono a volare dalla finestra dell’ufficio di San Pietroburgo. «Uno dei momenti più divertenti della nostra azienda» ha commentato poi Durov a Tech Crunch Berlin del 2014. Curiosità. L’aeroplano lo ritroveremo come icona di Telegram qualche mese dopo essersi liberato di VK.
Pochi mesi più in là dopo un primo tentativo da parte di un’azienda russa vicina a Putin di comprarsi un pezzo di VK, Durov risponde su Twitter facendosi un selfie con un dito medio davanti la camera.
A gennaio 2014 vende una quota del 12% di VKontakte mentre l’azienda è per gli analisti al massimo della sua valutazione, in una forchetta tra i 300 e i 500 milioni di dollari. Lo annuncia con un post in cui scrive: «Ciò che possiedi prima o poi ti possiede». Sotto pressione del Cremlino, 16 aprile 2014 nega al governo russo informazioni sui ribelli ceceni. Nel board di VK è il caos. Oramai la maggioranza sta dalla parte di Putin.
5 giorni dopo si dimette da Ceo e lascia che l’azienda venga acquisita da uomini d’affari vicino a Putin. «Potevo scegliere un compromesso, ma coi compromessi non è facile vivere. Prima o poi si sarebbero presi comunque la mia azienda». E di ciò che cominciava a possederlo non gli rimane più niente. Se non un gruzzolo considerevole. Pochi giorni dopo lascia la Russia e comincia una vita da apolide, tra San Francisco, Berlino, Helsinki e New York. «Sto bene ovunque, a Londra come a Berlino. Non voglio dipendere da nessuna nazione né da nessun governo». Ad agosto 2014 lancia Telegram.

La vita da apolide e il rifiuto di fornire dati su sospetti Isis

I critici gli dicono che non si sia inventato niente di che. Anzi, proprio niente. Ha copiato Facebook agli inizi di Facebook, replica Whatsapp cercando di eroderne il mercato. «Ma la differenza più grande è che non ci vogliamo fare soldi. Conosco centinaia di celebrità che lo usano e non abbiamo mai pensato di usarli per pubblicità. Non ci interessa. Ho speso i miei soldi per farlo e voglio che rimanga libero da ogni interesse privato».

Nessuna voglia di tornare in Russia. «Lì le regole del gioco non sono chiare, non si può avere un’azienda che lavori in Internet in un paese instabile, con una moneta fragile e dove le regole cambiano continuamente». E se con Telegram ha avuto problemi analoghi in Occidente a quelli avuti con Putin in Russia risponde: «Si, il governo britannico ci ha chiesto delle informazioni su sospetti militanti dell’Isis, ma sono informazioni che semplicemente non potevamo fornire».

Telegram è la sua nuova missione: «Vogliamo creare un tipo di azienda diversa, che non sia finalizzata a massimizzare i profitti ma a creare valore per l’intera società». Alzare il livello della comunicazione tra le persone, farlo rifiutando Vc perché «il nostro imperativo è rimanere indipendenti». «I messaggi liberi e sicuri dovrebbero essere un diritto per tutti. Mettere messaggi pubblicitari mentre le persone comunicano tra loro in un certo senso è immorale» ha dichiarato in un’intervista a Wired Uk lo scorso marzo. «Noi vogliamo migliorare la comunicazione umana online, in termini di velocità, sicurezza e versatilità».

Non ha mai nascosto le sue preferenze politiche. Spesso a destra, purché in governi che garantiscono diritti e libertà alle persone. Durante le elezioni britanniche ha pubblicamente sostenuto il conservatore David Cameron «la cui politica economica ha molto più senso». Colto, parla poco e con un filo di voce emessa lentamente. Cita Epicuro a chi gli chiede se non ha paura di essersi fatto nemici troppo potenti e di morire come è capitato ai dissidenti russi. «Quando la morte c’è, noi non ci siamo più».

 

Come fa Telegram a garantire la privacy

Durov dice di non aver mai rivelato a nessun governo nemmeno un byte di dati di utenti in due anni. «Come ci riusciamo? Criptaggio completo dei messaggi, che si auto distruggono, insieme ai profili utenti. Questo ci consente di sapere pochissimo di chi usa Telegram. Inoltre Telegram si muove al contempo su diverse giurisdizioni (anche se la sede legale è a Berlino, ndr) il che ci evita il più delle volte di essere soggetti a richieste di dati da parte dei governi. E comunque non cediamo alle minacce. Non avendo niente da guadagnare perché non siamo alla ricerca di investitori o accordi particolari, le minacce semplicemente non ci interessano».

Eppure un modello di business in fondo c’è. Perché prima o poi Telegram dovrà essere auto sostenibile finanziariamente. «L’idea è di creare app collegate a Telegram, esterne, e a pagamento, ma che abbiano un modello a sé».

Il legame agli anarchici russi (e a Matrix)

Il nero dei vestiti lo avvicina un po’ allo stile degli anarchici del 19esimo secolo. Ai russi e a quelli italiani, che avevano fatto del fiocco nero un simbolo di riconoscimento. Ma lo avvicina anche a Neo, il protagonista di Matrix, di cui non ha mai nascosto di essere un grande fan. Un pantheon di rivoluzionari accomunati dall’istanza di liberare l’umanità dal controllo. Del potere, della matrice, della sorveglianza.

Difficile dire se un’app di messaggistica possa avere le stessa forza rivoluzionaria dell’ideale anarchico. O della fiction. Ma di certo un po’ di quell’ideale vive in Telegram, che a suo modo è un servizio che se dovesse davvero battere Whatsapp sui numeri cambierebbe davvero i paradigmi della comunicazione via app. E a Durov non mancano i numeri e i mezzi per poterlo far vivere. Spizzica solo un po’ i felafel, poi li lascia nel piatto. Svuota le tasche e prende una banconota da 50 euro accartocciata tra le altre. La lascia cadere sul tavolo senza badare a dove vada a finire. I numeri della sua exit non sono mai stati dichiarati. Ma i numeri non sono un problema.

Arcangelo Rociola

[/signinlocker]

[addthis tool=addthis_relatedposts_inline]
Pubblicato il

Sensi di colpa

Sensi do colpa

 

Sensi di colpa

Storia sufi

Una giovane moglie si ammalò e stava per morire:. “Ti amo così tanto”, disse a suo marito, “non voglio lasciarti. Non tradirmi con nessun’altra donna. Se lo farai, ritornerò come fantasma e ti procurerò problemi a non finire.”
Presto la moglie spirò. Il marito per i primi tre mesi rispettò il suo ultimo desiderio, ma poi incontrò un’altra donna e si innamorò di lei. I due si fidanzarono. Subito dopo il fidanzamento, ogni notte un fantasma appariva all’uomo, biasimandolo per non aver mantenuto la sua promessa. Il fantasma era anche abile. Gli raccontava esattamente quello che era accaduto tra lui e il suo nuovo amore. Ogni volta che faceva un regalo alla sua fidanzata, il fantasma lo descriveva nei dettagli. Ripeteva persino le loro conversazioni e disturbava l’uomo al punto che questi non riusciva più a dormire.
Qualcuno gli consigliò di sottoporre il suo problema ad un maestro che viveva vicino al villaggio. Alla fine, disperato, il pover’uomo andò a cercarlo per chiedere il suo aiuto. “La tua prima moglie è diventata un fantasma e sa tutto quello che fai”, commentò il maestro. “Qualunque cosa tu dica o faccia, qualunque cosa tu regali alla tua amata, lei lo sa. Dev’essere un fantasma molto saggio. I realtà dovresti ammirare un fantasma del genere. La prossima volta che appare, proponile un affare. Dille che è così abile che tu non riesci a nasconderle nulla e che se risponderà a una tua domanda, le prometterai di rompere il tuo fidanzamento e vivrai da solo.”
“Qual è la domanda che devo porle?” chiese l’uomo.
Il maestro rispose:” prendi una bella manciata di fagioli e chiedile quanti ne hai esattamente in mano. Se non sarà in grado di dirtelo allora saprai che è solo una invenzione della tua immaginazione e non ti darà più fastidio.”.
La notte successiva, quando il fantasma apparve, l’uomo iniziò ad adularlo, ammirando il fatto che sapesse sempre ogni cosa.
“Infatti” rispose il fantasma “so anche che oggi sei andato a far visita a quel tal maestro”.
“Dato che sai così tante cose”, disse l’uomo, saprai anche quanti fagioli ho in mano!”.
Non ci fu più nessun fantasma a rispondere alla domanda.

Pubblicato il

Dividere l’attenzione

…un mercante, una volta, mandò il figlio ad apprendere il segreto della felicità dal più saggio di tutti gli uomini. Il ragazzo vagò per quaranta giorni nel deserto, finché giunse a un meraviglioso castello in cima a una montagna. Là viveva il Saggio che il ragazzo cercava.
Invece di trovare un sant’uomo, però, il nostro eroe entrò in una sala dove regnava un’attività frenetica: mercanti che entravano e uscivano, ovunque gruppetti che parlavano, una orchestrina che suonava dolci melodie. E c’era una tavola imbandita con i più deliziosi piatti di quella regione del mondo. Il Saggio parlava con tutti, e il ragazzo dovette attendere due ore prima che arrivasse il suo turno per essere ricevuto.
Il Saggio ascoltò attentamente il motivo della visita, ma disse al ragazzo che in quel momento non aveva tempo per spiegargli il segreto della felicità. Gli suggerì di fare un giro per il palazzo e di tornare dopo due ore.
Nel frattempo, voglio chiederti un favore, concluse il Saggio, consegnandogli un cucchiaino da tè su cui versò due gocce d’olio. Mentre cammini, porta questo cucchiaino senza versare l’olio.
Il ragazzo cominciò a salire e scendere le scalinate del palazzo, sempre tenendo gli occhi fissi sul cucchiaino. In capo a due ore, ritornò al cospetto del Saggio.
Allora, gli domandò questi, hai visto gli arazzi della Persia che si trovano nella mia sala da pranzo? Hai visto i giardini che il Maestro dei Giardinieri ha impiegato dieci anni a creare? Hai notato le belle pergamene della mia biblioteca?’
Il ragazzo, vergognandosi, confessò di non avere visto niente. La sua unica preoccupazione era stata quella di non versare le gocce d’olio che il Saggio gli aveva affidato.
Ebbene, allora torna indietro e guarda le meraviglie del mio mondo, disse il Saggio. Non puoi fidarti di un uomo se non conosci la sua casa.
Tranquillizzato, il ragazzo prese il cucchiaino e di nuovo si mise a passeggiare per il palazzo, questa volta osservando tutte le opere d’arte appese al soffitto e alle pareti. Notò i giardini, le montagne circostanti, la delicatezza dei fiori, la raffinatezza con cui ogni opera d’arte disposta al proprio posto. Di ritorno al cospetto del Saggio, riferì particolareggiatamente su tutto quello che aveva visto.
Ma dove sono le due gocce d’olio che ti ho affidato? domandò il Saggio.
Guardando il cucchiaino, il ragazzo si accorse di averle versate.
Ebbene, questo è l’unico consiglio che ho da darti, concluse il più Saggio dei saggi.
Il segreto della felicità consiste nel guardare tutte le meraviglie del mondo senza dimenticare le due gocce d’olio nel cucchiaino (te stesso)

 

[addthis tool=addthis_relatedposts_inline]

Pubblicato il

Vivere senza sforzo

Vivere senza sforzo

Sto leggendo un libro di Krishnamurti, volevo condividere con te le sue parole che spesso fanno riflettere e rompono qualche schema presente nella nostra mente:

 

Per la maggior parte di noi, tutta la vita si basa su uno sforzo, su una forma o l’altra di volizione. Non riusciamo a concepire un’azione senza volizione, senza sforzo. La nostra vita sociale, economica, e quella cosiddetta spirituale consistono in una serie di azioni finalizzate, che culminano sempre in certi risultati. E noi pensiamo dunque che uno sforzo sia essenziale, indispensabile.

Ma cosa ci spinge a fare sforzi? Non è forse, in parole povere, il desiderio di conseguire un risultato, di diventare qualcosa, di raggiungere un obiettivo? Se non ci impegniamo in qualcosa, temiamo di ristagnare. Abbiamo un’idea del fine che ci sforziamo costantemente di raggiungere; e quello sforzo è divenuto parte della nostra vita. Se vogliamo trasformare noi stessi, se desideriamo produrre in noi un cambiamento radicale, facciamo uno sforzo tremendo per eliminare le vecchie abitudini, per resistere alle influenze solite dell’ambiente circostante e così via. Dunque, siamo abituati a questa serie di sforzi allo scopo di trovare o raggiungere qualcosa, anzi, più in generale, allo scopo di vivere.

Ma un simile sforzo non è forse tutto frutto dell’attività del sé?

Non è forse lo sforzo un’attività egocentrica?

Se lo sforzo nasce dal centro del sé, finisce inevitabilmente per produrre ulteriore conflitto, confusione, infelicità. E tuttavia, continuiamo a fare uno sforzo dopo l’altro.

Pochissimi tra noi si rendono conto del fatto che l’attività egocentrica propria dello sforzo non serve a risolvere alcun problema; al contrario, acuisce la nostra confusione, infelicità, sofferenza. Sappiamo che è così, eppure continuiamo a sperare di riuscire in qualche modo a superare l’attività egocentrica insita nello sforzo, l’azione della volontà.

Credo che comprenderemo il significato della vita se comprendiamo cosa significa fare uno sforzo.

Attraverso lo sforzo si realizza forse la felicità?

Avete mai provato a essere felici?

E’ impossibile, non è così?

Ci si sforza di essere felici, ma la felicità non arriva mai.

La gioia non si ottiene sopprimendo, controllando o soddisfacendo i desideri.

Potete dare libero sfogo ai vostri desideri’ ma alla fine resta l’amarezza.

Potete sopprimerli o tenerli sotto controllo, ma il conflitto è sempre in agguato.
Dunque la felicità non scaturisce da uno sforzo, né si può ottenere attraverso il controllo e la soppressione dei desideri. Ciò nonostante, tutta la nostra vita consiste in una serie di rinunce forzate, di controlli, di cedimenti che poi si rimpiangono. E inoltre siamo costantemente sopraffatti e in lotta con le nostre passioni, con la nostra avidità e stupidità. Si può forse negare che ci affanniamo, lottiamo, ci sforziamo nella speranza di trovare la felicità, di trovare qualcosa che ci dia un senso di pace e di amore?

Ma possono l’amore e la comprensione nascere dal conflitto?

Credo sia molto importante chiarire cosa intendiamo per lotta, conflitto o sforzo.

Lo sforzo non costituisce forse una lotta per cambiare ciò che è in ciò che non è, oppure in ciò che dovrebbe essere o dovrebbe diventare? In altri termini, lottiamo costantemente per evitare di affrontare ciò che è, o cerchiamo di allontanarcene, oppure ci sforziamo di trasformarlo o modificarlo. Un individuo veramente contento è colui che comprende ciò che è e attribuisce ad esso il giusto significato. Quella è la vera letizia; non dipende dal possesso di un numero maggiore o minore di oggetti, ma dalla comprensione totale del significato di ciò che è; e ciò si può verificare soltanto quando si riconosce ciò che è, quando se ne è consapevoli, non quando si cerca di modificarlo o cambiarlo.
Lo sforzo consiste quindi in una lotta per trasformare ciò che è in quel che desideriamo che sia. Mi riferisco qui a una lotta di natura psicologica, non allo sforzo per risolvere un problema concreto, come ad esempio nel campo dell’ingegneria, in cui scoperte e trasformazioni sono puramente tecniche.

Sto parlando soltanto di quella lotta che è psicologica e che finisce sempre per prevalere sulle questioni tecniche. Si può edificare con la massima cura una splendida società, utilizzando le infinite conoscenze che la scienza ci ha fornito. Ma fin tanto che il conflitto e la lotta psicologici non vengono compresi, e le implicazioni e le dinamiche psicologiche non vengono superate, la struttura della società è destinata a crollare, come è accaduto più volte nel corso della storia.

Lo sforzo è una distrazione da ciò che è. Nel momento in cui accetto ciò che è, la lotta cessa. Qualunque forma di lotta o di conflitto è sintomo di distrazione; e la distrazione, che si identifica con lo sforzo, sussiste inevitabilmente fin tanto che psicologicamente coltivo il desiderio di trasformare ciò che è in qualcosa di diverso.

Innanzitutto dobbiamo essere liberi di percepire il fatto che la gioia e la felicità non si realizzano mediante uno sforzo. La creazione nasce dallo sforzo o piuttosto dalla cessazione dello sforzo? Quand’è che si scrive, si dipinge o si canta? Quand’è che si crea? Non c’è dubbio: quando non ci si sforza di farlo, quando si è completamente aperti, quando a tutti i livelli si è in comunicazione totale, completamente integrati. Solo allora c’è gioia e si può dunque cantare o comporre una poesia o dipingere o dare forma a qualcosa. Il momento della creazione non nasce dalla lotta.

Forse, se afferriamo la questione della creatività, saremo in grado di comprendere cosa intendiamo per sforzo. La creatività è il risultato di uno sforzo? Siamo consapevoli nei momenti in cui siamo creativi? Oppure la creatività è una sensazione di totale dimenticanza di sé, quella che si prova quando non c’è tumulto, quando si è del tutto inconsapevoli del movimento del pensiero, quando c’è solo completezza, pienezza, ricchezza dell’essere? E’ tale stato il frutto di un travaglio, una lotta, un conflitto, uno sforzo? Non so se avete mai notato che, quando si fa qualcosa con facilità, rapidamente, non c’è sforzo, ogni traccia di lotta è assente; ma poiché le nostre vite sono per lo più una sequenza di battaglie, conflitti e lotte, non riusciamo a immaginare una vita, uno stato dell’essere, in cui ogni contrasto sia pienamente acquietato.

Per comprendere questo stato dell’essere privo di contrasti, questo stato di esistenza creativa, è certo che bisogna esaminare l’intero problema dello sforzo. Per sforzo intendiamo la lotta per autorealizzarsi, per diventare qualcosa, non è così? Sono questo e voglio diventare quello; non sono quello, e voglio diventarlo. Nel diventare “quello” è implicito il contrasto, la battaglia, il conflitto, la lotta. In questa lotta la nostra preoccupazione principale è, inevitabilmente, l’autorealizzazione attraverso il conseguimento di un fine; noi la cerchiamo in un oggetto, in una persona, in un’idea, e ciò richiede una costante battaglia, lo sforzo di diventare, di realizzare. Dunque, lo sforzo ci appare inevitabile; ma mi chiedo se lo sia davvero: è proprio inevitabile lottare per diventare qualcosa? Da cosa ha origine tale lotta? Dovunque ci sia desiderio di autorealizzazione, in qualunque misura e a qualunque livello, c’è, per forza di cose, lotta.
L’autorealizzazione è il motivo, la spinta dietro lo sforzo; che si tratti del grande dirigente, della casalinga o del povero, in tutti c’è la stessa battaglia per diventare, realizzare, andare avanti.
Ma da dove scaturisce questo desiderio di autorealizzazione? Ovviamente il desiderio di realizzarsi, di diventare qualcosa, sorge quando si ha la consapevolezza di non essere nulla. Poiché non sono nulla, poiché sono inadeguato, vuoto, intimamente povero, lotto per diventare qualcosa; esternamente o internamente lotto per realizzarmi in una persona, in una cosa, in un’idea. L’intero processo della nostra esistenza consiste nel riempire quel vuoto. Essendo consapevoli del nostro essere vuoti e intimamente poveri, lottiamo o per accumulare oggetti esterni o per coltivare ricchezze interiori. C’è sforzo soltanto quando si cerca di sfuggire a quel vuoto interiore attraverso l’azione, la contemplazione, l’acquisizione, il successo, il potere, e così via. E’ questa la nostra esistenza quotidiana. Sono consapevole della mia inadeguatezza, della mia povertà interiore, e lotto per sfuggirla o per colmarla. Ma la fuga, l’eviramento, il tentativo di occultare il vuoto, comportano lotta, conflitto, sforzo.

Ma cosa succede se non si fa alcuno sforzo per fuggire? Si vive con quella solitudine, quel vuoto; e nell’accettare il vuoto si scopre che ciò fa emergere uno stato creativo che non ha nulla a che fare con la lotta, con lo sforzo. Lo sforzo sussiste solo fin tanto che cerchiamo di evitare la solitudine, il vuoto interiore, ma quando ci soffermiamo a osservare tale solitudine, quando accettiamo ciò che è senza evitarlo, scopriamo che a quel punto si realizza uno stato dell’essere in cui ogni contrasto è pienamente acquietato, uno stato che è creatività, e non il risultato di una lotta.

Quando si ha comprensione di ciò che è – il vuoto, l’inadeguatezza interiore – , quando si vive con quella inadeguatezza e la si comprende appieno, ecco realizzarsi la realtà creativa, l’intelligenza creativa che sola porta felicità.

Perciò l’azione, così come la conosciamo, è in realtà reazione, un divenire incessante che è negazione, evitamento di ciò che è.

Ma quando si ha consapevolezza del vuoto senza alternative, senza condannare o giustificare, allora nella comprensione di ciò che è ecco realizzarsi l’azione, e tale azione è l’essere creativo.

Comprenderete questo se avrete consapevolezza di voi stessi in azione.

Osservatevi mentre agite, non solo esternamente seguite il movimento dei vostri pensieri e sentimenti Quando avrete raggiunto la consapevolezza di tale movimento, vi accorgerete che il processo di pensiero, che comprende anche sentimento e azione, si basa su un’idea di divenire. Questa sorge soltanto quando c’è un senso di insicurezza, che a sua volta emerge quando si è consapevoli del vuoto interiore. Se siete consapevoli dei processi del pensiero e del sentimento, vi accorgerete che c’è una costante battaglia in corso, uno sforzo per cambiare, per trasformare, per alterare ciò che è. E’ questo lo sforzo per diventare qualcosa, e diventare qualcosa è un tentativo diretto di evitare ciò che è. Attraverso l’autoconoscenza, attraverso la costante consapevolezza, scoprirete che la lotta, la battaglia, il conflitto del diventare, conducono al dolore, alla sofferenza e all’ignoranza. Solo se siete consapevoli della vostra inadeguatezza interiore e convivete con essa senza infingimenti, accettandola pienamente, scoprirete una straordinaria tranquillità, una tranquillità che non è costruita, artificiale, ma che accompagna la comprensione di ciò che è. Solo in quello stato di tranquillità c’è l’essere creativo.

Krishnamurti

Pubblicato il

Storia di un turista e un pescatore

storia turista pescatore

Una breve storia

Sul molo di un piccolo villaggio, un turista si ferma e si avvicina ad una piccola imbarcazione di un pescatore del posto. Si complimenta con il pescatore per la qualità del pesce e gli chiede quanto tempo avesse impiegato per pescarlo.

Pescatore: ’Non ho impiegato molto tempo’
Turista: ’Ma allora, perché non è stato di più, per pescare di più?’

Il messicano gli spiega che quella esigua quantità era esattamente ciò di cui aveva bisogno per soddisfare le esigenze della sua famiglia.

Turista: ’Ma come impiega il resto del suo tempo?’
Pescatore: ’Dormo fino a tardi, pesco un po, gioco con i miei bimbi e faccio la siesta con mia moglie. La sera vado al villaggio, ritrovo gli amici, beviamo insieme qualcosa, suono la chitarra, canto qualche canzone, e via così, trascorro appieno la vita.’

Turista: ’La interrompo subito, sa sono laureato ad Harvard, e posso darle utili suggerimenti su come migliorare. Prima di tutto lei dovrebbe pescare più a lungo, ogni giorno di più. Così logicamente pescherebbe di più. Il pesce in più lo potrebbe vendere e comprarsi una barca più grossa. Barca più grossa significa più pesce, più pesce significa più soldi, più soldi più barche! Potrà permettersi un’intera flotta!!

Quindi invece di vendere il pesce all’uomo medio, potrà negoziare direttamente con le industrie della lavorazione del pesce, potrà a suo tempo aprirsene una sua. In seguito potrà lasciare il villaggio e trasferirsi a Mexico City o a Los Angeles o magari addirittura a New York!! Da lì potrà dirigere un’enorme impresa!…

Pescatore: ’ma per raggiungere questi obiettivi quanto tempo mi ci vorrebbe?’
Turista: ’25 anni forse’ Pescatore: ’….e dopo?’ Turista: ’Ah dopo, e qui viene il bello, quando i suoi affari avranno raggiunto volumi grandiosi, potrà vendere le azioni e guadagnare miliardi!!!!!!!

Pescatore:’…miliardi?…….e poi?’
Turista: ’Eppoi finalmente potrà ritirarsi dagli affari, e concedersi di vivere gli ultimi 5/10 anni in un piccolo villaggio vicino alla costa, dormire fino a tardi, giocare con i suoi bimbi, pescare un po’ di pesce, fare la siesta, passare le serate con gli amici bevendo e giocando in allegria!